Ascoltare il chicco

Il profumo arriva prima della vista. È il primo indicatore che qualcosa sta succedendo.

Quando tosto il caffè non parlo. Ascolto. Il chicco cambia colore, certo. Ma prima ancora cambia odore. Il profumo arriva prima della vista. È il primo indicatore che qualcosa sta succedendo. Se non lo senti, sei già in ritardo.

La tostatura non è una linea retta. È fatta di fasi che si sovrappongono. C’è l’essiccazione. C’è l’espansione. C’è la trasformazione degli zuccheri. Non iniziano e non finiscono mai in modo netto. Si toccano. Si parlano. Come i colori in un quadro.

In certi momenti il chicco ti dice: “Ho bisogno di più energia.” In altri ti dice: “Adesso basta.” Se non lo ascolti, lo stressi. Se lo stressi, lo bruci. Per questo dico sempre che il caffè non va violentato.

Qualcuno mi chiede perché non automatizzo tutto. La risposta è semplice: se vuoi stare nel range della tostatura, puoi farlo. Ma se vuoi stare nel centellino, no. L’automatico ti porta fuori. Resta dentro i limiti, ma perde il senso. Qui non è produzione. È artigianato.

Quando senti una tazza di caffè fumante, la domanda è una sola: riuscirò a sentire nel palato quello che il profumo mi ha promesso? Se le due cose coincidono, allora hai rispettato il chicco. Se non coincidono, hai sbagliato qualcosa tu. Non lui.

Per questo, quando tosto certi caffè, voglio stare da solo. Non per isolamento. Per responsabilità. Quel chicco è stato coltivato, raccolto, pagato. Qualcuno si fida di me. E io non posso ingannarmi.

Tostare non è un processo. È una responsabilità morale. Perché ogni volta che accendi una macchina stai decidendo se ascoltare o se forzare. Io scelgo di ascoltare.

Via Cesare Battisti, 7, Torino, Italia

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